Scrivo queste brevi note in un attimo di pausa tra un servizio e l’altro, che ormai da quattro settimane vede impegnati i 14 Volontari (Luca, Fabio, Santo, Noemi, Sebastiano, Arnaldo, Maurizio, Gianpiero, Elena, Emanuele 1, Claudio, Emanuele 2, Antonino e Alberto) operativi del Gruppo Comunale di Protezione Civile di Mozzate e dei Comuni Associati (Cirimido, Limido Comasco e Lurago Marinone), quattro Comuni della cosiddetta Bassa Comasca, vista la nostra collocazione geografica all’interno del territorio della Provincia di Como.
La nostra attività di supporto alla popolazione dei Comuni di nostra competenza, che arriva complessivamente a circa 17.500 abitanti, è iniziata la sera di martedì 10 marzo scorso, quando con mezzi poco più che di fortuna – un vecchio amplificatore degli Anni ‘70, un paio di trombe sonore da venditore ambulante e un microfono da archeologia industriale – abbiamo fatto il giro dei nostri paesi diffondendo il messaggio sonoro che il Sindaco di Mozzate aveva registrato sul mio telefono cellulare. Complice il buio della sera, complice il senso di smarrimento che aveva colto la popolazione a seguito delle disposizioni delle Pubbliche Autorità che imponevano di restare in casa, ci siamo trovati di fronte a uno scenario spettrale: nessuna persona in giro, pochissime auto incrociate sulle strade provinciali di collegamento tra i paesi, un silenzio irreale, amplificato del fatto che anche noi dovevamo stare in assoluto silenzio per non sovrapporre la nostra voce a quella registrata (eravamo partiti talmente di fretta che non c’era stato nemmeno il tempo di trovare un cavetto di collegamento audio tra cellulare e amplificatore) e rotto solo dalla voce del Sindaco diffusa dalle trombe acustiche installate sul tetto del nostro pick-up di servizio; se non fosse stato per le luci accese all’interno delle case e per le persone che si affacciavano dalle finestre o sbirciavano da dietro le tende, quando sentivano la voce e vedevano la luce riflessa dei lampeggianti del pick-up, potevamo dire che stavamo attraversando paesi colpiti dalle radiazioni o da un’arma chimica.
Tutto era perfettamente in ordine, ma tutto era fermo, muto, sospeso nel tempo e nello spazio, di fronte a un male oscuro, mai provato prima, che riportava indietro di un secolo l’orologio della nostra civiltà, quando nel 1918 il mondo fu colpito dalla pandemia dell’influenza spagnola. Ma allora non c’erano le conoscenze scientifiche di oggi, non c’erano i mezzi di comunicazione di oggi, non c’erano le cure mediche disponibili oggi, non c’era l’assistenza clinica di oggi, non c’erano le condizioni di benessere generale che ci sono oggi: si usciva da una guerra mondiale, che aveva portato distruzione, fame e morte e che aveva stremato la popolazione; tutte condizioni completamente diverse da quelle del nostro tempo. Eppure, il SARS-CoV-2 – questo è il nome scientifico – era arrivato anche da noi, aveva iniziato ad aggredire la popolazione di alcune zone del nostro Paese, poi progressivamente si era diffuso e aveva iniziato a mietere le prime vite. E d’un tratto tutti noi ci siamo scoperti tremendamente fragili, tremendamente vulnerabili, fondamentalmente insicuri. E abbiamo iniziato a capire che il mondo di domani non sarà più quello di ieri…
Il senso di insicurezza avrebbe poi trovato riscontro il sabato successivo, quando abbiamo iniziato concretamente la nostra attività di supporto alla popolazione, con i primi servizi sul campo, regolando l’afflusso delle persone al supermercato principale del paese, mettendole ordinatamente in fila, distanziate di almeno un metro e facendole entrare una alla volta, man mano che ne uscivano altrettante, in modo da contenere l’affollamento all’interno del supermercato intorno alle venti persone. E la fila ha iniziato ad allungarsi…, il tempo di attesa ha iniziato ad allungarsi…, e man mano che ognuno avanzava lentamente in fila cambiava l’espressione del volto e il contenuto delle considerazioni: quando arrivano sono tutti leggeri, scherzosi, quasi si trovassero di fronte a una sorta di nuovo gioco, poi passano venti minuti e sei ancora in fila, poi i minuti diventano quaranta e sei ancora in fila, e inizi inesorabilmente a pensare… e inizi a riflettere sul fatto che potrebbe non essere una situazione transitoria, che passa velocemente… e reagisci in due modi: stizzito e scomposto, ma non serve nemmeno il nostro intervento a calmare gli animi, perché sono gli altri in fila che ti guardano male e ti fanno capire che il tuo show è fuori luogo; oppure riflessivo e inizi a considerare che forse non finirà velocemente, che forse certe abitudini non saranno più le stesse, che non potrai sempre spendere tutto quel tempo in attesa, che poi dovrai accontentarti di quello che troverai nel supermercato, che non sarà più il tempo del “quello non mi piace”, che inizierai a rivalutare tante cose dimenticate o nemmeno mai considerate. Mi riferisco soprattutto alle giovani generazioni, che sono cresciute in un mondo dove non mancava (volutamente ho usato l’imperfetto, perché credo che domani non sarà più così) nulla, dove avevano tutto, dove passava l’idea di vivere in un mondo fatto solo di desideri da soddisfare e di diritti da rivendicare. E a chi, come me, ha passato i 50, tornano in mente i racconti della nonna, quando mi raccontava della fila muta con la tessera per la spesa quotidiana in tempo di guerra… è stato un pensiero che mi ha attraversato la testa per diversi giorni e che mi ha colpito e fatto riflettere.
Questa considerazione non deve apparire esagerata o fuori luogo, perché la crisi sanitaria che stiamo attraversando, senza precedenti nella storia recente del nostro Paese, porterà con sé una crisi economica altrettanto senza precedenti, dove le situazioni economicamente fragili già adesso cadranno come un castello di carte, e la crisi – che in alcuni casi si chiamerà banalmente fame – inizierà a mordere. E bisognerà trovare una soluzione: ieri si chiamava tessera annonaria, domani si chiamerà buono spesa…: la sostanza non cambia.
Ma torniamo alla nostra attività. Il mattino successivo 11 marzo ci troviamo fuori (il distanziamento vale anche per noi, perché la divisa non ci rende immuni) dalla nostra sede presso il Municipio di Mozzate, ci guardiamo in faccia e, senza nemmeno parlarci, capiamo quello che dobbiamo fare; i Volontari storici del gruppo, come me, non hanno bisogno di alcuna spiegazione, perché sanno perfettamente cosa li attende, quelli più recenti capiscono che basta affiancare un collega con un po’ di esperienza e si impara presto. Così, mentre io gestisco le incombenze amministrative con i Sindaci dei 4 Comuni che devono costituire le UCL (unità di crisi locale) o i COC (centro operativo comunale) e definisco una scaletta di priorità nelle diverse attività che ci vengono richieste, il caposquadra e gli altri Volontari iniziano a impostare i servizi che dovremo svolgere, definiscono i turni di ciascuno, preparano i due automezzi che abbiamo in dotazione per i servizi che dovremo svolgere, controllano la disponibilità dei dispositivi di protezione individuale, verificano la funzionalità delle radio portatili che verranno consegnate a ogni Volontario in modo da essere in collegamento costante tra noi, verificano la funzionalità della radio base della sede e l’operatività dei due ponti radio che abbiamo e che ci permettono di assicurare la copertura radio sia del territorio dei quattro Comuni, sia di un territorio più ampio in caso di spostamenti al di fuori dei Comuni di nostra competenza per recupero o consegna di materiali, servizi richiesti dai Sindaci, ecc.
Così, in una mattina, la macchina si avvia e tutti sono pronti a spendersi senza risparmio dare il proprio piccolo-grande contributo alla popolazione dei nostri Comuni di competenza, come avevamo fatto in occasione del sisma che aveva colpito l’Abruzzo, del sisma che aveva colpito l’Oltrepò Mantovano e dell’Expo di Milano, ben consci del fatto che quella che stiamo vivendo è una guerra, che non è solo quella combattuta con armi; e non combattuta con armi è ancora più difficile, perché il nemico non ce l’hai davanti, ma si insinua dove nemmeno t’immagini.
Operativamente parlando, il nostro impegno quotidiano di 10÷11 Volontari, impegnati dalle 8:00 alle 19:30 e oltre, quando necessario, perché garantiamo l’operatività h24 su tutto il territorio dei Comuni, si concretizza in:
Le notizie che arrivavano nei giorni immediatamente successivi ci hanno fatto capire da subito che il SARS-CoV-2 è una bruttissima bestia da cui ci si salva solo standoci lontani, perché nessuno al mondo ha un sistema migliore; parecchia gente questo non lo capisce, perché c’è sempre chi pensa che tanto succede agli altri… e poi succede anche a te… Dalla metà di febbraio siamo entrati in una terra inesplorata, nessuno ci è passato prima, siamo alla scoperta dell’ignoto: nessuno sa nulla, nessuno sa come andrà a finire, perché nessuno ci è passato prima e nessuno ha esperienza da portare, ma sappiamo, perché ce lo dicono tutti gli scienziati, che la prima e più efficace difesa è semplicemente quella di stare in casa. Tuttavia, il comportamento irresponsabile di alcuni cittadini, ci ha costretti anche a rivolgere un accorato appello alla cittadinanza arrivando a chiedere noi ai cittadini di darci una mano stando a casa e ricordando che cento anni fa, i nostri bisnonni erano comandati di andare in guerra e partivano con la speranza – perché la certezza non l’aveva nessuno – di tornare a casa dai loro cari; oggi, ognuno di noi viene invitato a restare in casa per avere la certezza di continuare a vedere i propri cari. E chiedendo poi: è così difficile? È così difficile evitare di uscire tutti i giorni per fare la spesa? È così difficile evitare di inventarsi sportivi di servizio pur di uscire di casa? È così difficile accettare che, in un modo dove sembra che ci siano solo diritti, esistano invece anche dei doveri? È così difficile pensare per un attimo che il virus può essere più forte e più furbo di te e che quando pensi di “fregarlo”, in realtà rischi di “fregare” prima te stesso e poi i tuoi cari? È così difficile pensare che il tuo comportamento irresponsabile può trasformarsi in un problema anche per te?
Elaborato di getto, perché eravamo veramente esasperati, di forte impatto emotivo, realizzato una domenica pomeriggio con mezzi tecnici limitatissimi, ma con la presenza partecipata di tutti i Volontari impegnati in questa missione, diffuso sui canali social dei nostri paesi, commentato con favore da tutti i cittadini che lo hanno visto, il messaggio raggiunge il suo scopo e finalmente il numero degli indisciplinati si riduce sensibilmente, a tutto vantaggio del contenimento della diffusione del virus e della semplificazione del nostro lavoro, che in alcuni frangenti, soprattutto nei fine settimana, rischia di trasformarsi in un gigantesco gioco di guardie e ladri.
Adesso la nostra attività proseguirà come ho descritto fino alla fine della cosiddetta fase 1, mentre sarà tutta da pensare per la fase 2, della quale si inizia a parlare in questi giorni, ma di cui non sappiamo ancora nulla in concreto, né tanto meno quanto potrà durare, anche se tutto lascia intendere che non si tratterà di un periodo di breve durata. Ma noi non ci spaventiamo, la macchina organizzativa sta girando alla perfezione da un mese, il gruppo c’è, l’efficacia della nostra azione è sotto gli occhi di tutti, riceviamo attestati di stima e apprezzamento da parte di tanti cittadini, per cui si tratterà solo di proseguire l’attività rimodulandola sulle nuove esigenze, con l’estrema flessibilità operativa che caratterizza il nostro gruppo, convinti che sopravvive non la specie più intelligente o più forte, e infatti non abbiamo la pretesa di esserla, ma quella che è in grado di adattarsi e di adeguarsi meglio ai cambiamenti dell’ambiente in cui si trova, e questo invece la rivendichiamo.
L’occasione di questo articolo permette anche di rispondere ad alcune domande sulla Protezione Civile che spesso ci sentiamo rivolgere, soprattutto quando siamo operativi come in questa occasione; le riportiamo come in una classica intervista:
Ciao, chi sei? Un Volontario.
Ho visto, ma chi sei? Un Volontario della Protezione Civile.
Non hai un nome? Sì, ma oggi non importa, sono un Volontario.
E cosa fate? Aiutiamo il prossimo.
E come? Facendo quello che è necessario, senza discutere, senza polemiche, il nostro motto è “Siamo a disposizione”; siamo in tanti, ognuno di noi ha delle competenze specifiche, ma quando serve, siamo tutti pronti e disponibili a darci e dare una mano. Ci prepariamo per anni, sperando di non dover mai utilizzare i nostri mezzi, i nostri uomini e donne, i nostri strumenti, i nostri cani, ma siamo sempre pronti a rispondere alle chiamate.
Insomma, non mi vuoi dire chi sei, la tua storia? Te lo ripeto, sono un Volontario di Protezione Civile, sono parte di una squadra che fa quello che gli viene chiesto con passione e dedizione, superando i disagi, le problematiche, le difficoltà, i sacrifici. A fine servizio, una pacca sulla spalla e un sorriso di chi abbiamo aiutato ci bastano e ci ripagano di tutto e il “grazie” che riceviamo è la “benzina” con cui funzioniamo. E quando svesto la divisa sono un papà, una mamma, un impiegato, un operaio, un artigiano, un professionista, un pensionato… una persona semplice, uno come te, un Italiano con nome e cognome, orgoglioso di appartenere a questa grande famiglia.
Perché si diventa Volontario di Protezione Civile? Le risposte sono infinite; ne abbiamo sentite tante, ognuno di noi ha ragioni diverse, ma tutte hanno in comune il tratto di poter essere di aiuto agli altri. Parafrasando un Grande della Storia, noi “non ci chiediamo cosa il tuo Paese può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il tuo Paese”, fermamente convinti che il bene comune deve essere costruito da tutti, giorno dopo giorno. Tutti noi orgogliosamente portiamo sulla divisa il nostro Tricolore, riconoscendo in esso “una sola nazione, un solo popolo e ognuno con un suo sogno personale da realizzare”. E questo sogno, per noi, passa anche dall’essere Volontari di Protezione Civile.
Grazie per avermi letto.
Ci vuole la bandiera da qualche parte…
e il gruppo…